{"id":266,"date":"2014-02-11T18:03:17","date_gmt":"2014-02-11T18:03:17","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cucinalucana.it\/wp\/?p=266"},"modified":"2014-02-22T14:58:19","modified_gmt":"2014-02-22T13:58:19","slug":"liquirizia-lucana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cucinalucana.it\/?p=266","title":{"rendered":"La liquirizia lucana"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">La liquirizia \u00e8 una pianta spontanea che prospera lungo le valli fluviali e sui litorali ed ha la particolarit\u00e0 di non essere gradita dagli animali al pascolo. Da questa pianta selvatica si ricava una radice che lavorata fin dall&#8217;antichit\u00e0, viene impiegata nella produzione alimentare e farmaceutica. Attraverso l&#8217;originario procedimento di trasformazione della radice si ricava una pasta di colore nero che una volta lavorata a in panetti viene asciugata e commercializzata. In Basilicata la sua presenza \u00e8 registrata lungo le valli dei prinvipali fiumi della regione (Bradano, Basento, Cavone, Agri e Sinni) e sopratutto lungo la costa jonica. Dai documenti storici sappiamo che la raccolta delle radici spontanee, poi sostituita dalla pi\u00f9 evoluta coltivazione, e la loro commercializzazione interess\u00f2 dalla fine del XVIII secolo e gli inizi del successivo i paesi di Bernalda, Tursi, Montalbano e Nova Siri con ulteriore propagine ai primi paesi della costa jonia calabrese. La produzione era tale da attirare speculatori da altre province che incettavano la materia prima, il cui principale mercato di distribuzione era quello di Bernalda. Ma ancora pi\u00f9 interessante \u00e8 il fatto che nell&#8217;allora territorio di Montalbano Jonico era presente una vera e propria struttura produttiva, il cos\u00ec detto &#8216;concio della liquirizia&#8217; presso le tenute di Policoro. La raccolta della radice avveniva scavando con zappe e vanghe solitamente nel periodo compreso fra i mesi di novembre e marzo quando, perse le foglie, la pianta entra in fase vegetativa e si sviluppano le radici. La lavorazione della radice avveniva, poi, mediate l&#8217;utilizzo dei conci mobili che sfruttavano l&#8217;energia animale ed erano impiegati sul posto stesso di raccolta della materia prima che, bollita e lavorata, veniva infine trasformata in pannelli di pasta. Con il passaggio dalla produzione per il mercato locale a quelli nazionali ed internazionali e, quindi, con la necessit\u00e0 di una maggiore produzione si inizi\u00f2 ad utilizzare i frantoi che impiegavano l&#8217;energia idrica prodotta dai limitrofi fiumi o canali di derivazione. Il termine &#8216;concio&#8217; pu\u00f2 indicare l&#8217;intera struttura produttiva come anche descrivere le propriet\u00e0 aromatizzanti della liquirizia. Una terza accezione del termine &#8216;concio&#8217; si riferisce invece esplicitamente al torchio di legno in cui venivano inseriti i fasci di giunco conteneti, in origine, la pasta di olive da spremere. Nel dettaglio dopo la raccolta, la radice veniva tagliata, lavata e quindi macinata nel concio, ottenendone cos\u00ec una prima pasta che veniva poi bollita in calderoni di rame per 12-15 ore. La nuova pasta cos\u00ec ricavata veniva successivamente passata sotto il torchio ricavandone un succo concentrato che veniva nuovamente bollito fino ad ottenerne una pasta. Questa dopo essersi asciugata veniva lavata e a questo punto le donne provvedevano a tagliarla e a darle la tipica forma in pennelli che venivano riposti in casse di legno, inserendo fra uno e l&#8217;altro degli strati di lauro. il succo di liquirizia trovava impieghi farmacologici (apparato respiratorio, ulcere, dermopatie, antisettico, antistaminico, diuretico, digestivo e lassativo) e nell&#8217;industria dolciaria, dei liquori, nella concia della birra e del tabacco. In Basilicata risultava attivo fra XVIII e XIX secolo il concio della liquirizia di Bernalda di propriet\u00e0 del principe di Filomarino e gestito dal barone Giuseppe Compagna e Giulio Longo. Accanto a questo vi era, poi, quello di Policoro, attivo certamente dal 1785, di propriet\u00e0 dei Gesuiti, ma gestito da privati e nel quale veniva lavorata la radice raccolta da Domenico Federici. Nel 1794, cacciati i Gesuiti dal regno, il concio insieme al feudo di Policoro vennero acquistati dai principi Serra di Gerace che portarono avanti l&#8217;attivit\u00e0 in proprio, apportando modifiche ed innovazioni alla struttura produttiva, fra cui una delle prime presse idrauliche del Mezzogiorno (1840). La liquirizia di Policoro, riconoscibile dal marchio dei Serra di Gerace riconosciuto ufficialmente, veniva esprortata favorevolmente in Germania, Gran Bretagna e in America. Nel 1880 a gestire il concio di Policoro fu la ditta dei fratelli Gullo che dipendeva per\u00f2 dalla nuova ditta conduttrice Padula di Moliterno che aveva rilevato le tenute nel 1877. I principi Serra di Gerace poi vendettero le loro propriet\u00e0 nel 1893 a Luigi Berlinghieri, unitamente al concio che prosegu\u00ec la sua attivit\u00e0 anche nei primi decenni del XX secolo.<\/p>\n<p>(Articolo in corso di ultimazione)<\/p>\n<!-- AddThis Advanced Settings generic via filter on the_content --><!-- AddThis Share Buttons generic via filter on the_content -->","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La liquirizia \u00e8 una pianta spontanea che prospera lungo le valli fluviali e sui litorali ed ha la particolarit\u00e0 di non essere gradita dagli animali al pascolo. Da questa pianta selvatica si ricava una radice che lavorata fin dall&#8217;antichit\u00e0, viene impiegata nella produzione alimentare e farmaceutica. 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